Le Norme Contro l’Uso dei Paradisi Fiscali CFC Legislation

CFC legislation sta per Controlled Foreign Company Legislation e consiste in norme interne contro l’uso dei paradisi fiscali.

L’Italia, al pari di tutti gli stati leaders dell’economia, si è dotata di un sistema tributario sofisticato, prevalentemente ispirato al regime della tassazione mondiale del reddito: i soggetti residenti sono tassati sui redditi ovunque posseduti, mentre i soggetti non residenti sono tassati solo sui redditi prodotti nel territorio.

Le misure unilateralmente introdotte per contrastare l’uso dei paradisi fiscali, hanno avuto come iniziale obiettivo quello di rendere imponibile in capo ai soggetti residenti l’utile prodotto, ma non distribuito sotto forma di dividendo, da società ivi localizzate e di cui i residenti sono azionisti. In effetti, essendo generalmente accettato il principio di cassa per la tassazione dei dividendi, secondo cui essi sono tassati nel momento in cui vengono incassati, è intuitivo comprendere che un sostanziale risparmio d’imposta giace nell’utile non tassato prodotto dalla società controllata offshore, se l’azionista ne può differire illimitatamente nel tempo l’imposizione, evitando di incassarlo sotto forma di dividendo, lasciandolo piuttosto in dotazione alla società offshore. Nell’ambito del diritto tributario internazionale, questa normativa è definita dalla Controlled Foreign Company Legislation , adottata incontrovertibilmente da tutti gli stati membri OCSE al fine di contrastare l’elusione fiscale internazionale perpetrabile attraverso l’uso di società offshore.

A tale obiettivo di scoraggiamento della tendenza all’uso di schemi offshore volti alla produzione di utili non tassati nel paradiso fiscale e nello stato di residenza dell’azionista, sono previste norme volte a disconoscere la deducibilità di costi sostenuti da società residenti a favore di società offshore.

Infine si deve notare la recente tendenza normativa indirizzata a disincentivare il trasferimento di residenza delle persone fisiche verso stati aventi un regime fiscale privilegiato.

È importante sottolineare, in maniera prodromica alla successiva trattazione, che in tutti i Paesi europei, per dare attuazione sempre più concreta all’integrazione economica e legislativa, si è tentato di dar luogo ad una armonizzazione in tema di imposizione tanto diretta, quanto indiretta. Risulta evidente tuttavia come l’intento si sia concretizzato efficacemente più per le imposte indirette, tramite un sostanziale adeguamento dell’IVA, che per le imposte dirette.

L’imposizione sui redditi appare tuttora molto variegata in ambito europeo, nulla dicendo poi dell’ambito mondiale, vista la stessa funzione redistributiva e di allocazione che lo Stato viene a realizzare tramite la fiscalità: dunque ogni amministrazione finanziaria tende a proporre schemi in grado di attrarre investimenti e risparmi anche di soggetti esteri, mettendo in atto un gioco concorrenziale.

La concorrenza fiscale ha motivo d’essere in un libero mercato laddove essa corrisponda a esigenze peculiari e strutturali del Paese in cui viene attuata: sgravi fiscali sono attribuiti per esempio in Irlanda al settore industriale, in Belgio e Olanda al settore del terziario.

In tal modo le imprese si sentono nella possibilità di effettuare investimenti consistenti abbinandovi una minore imposizione, o comunque un beneficio fiscale.

È pur vero però che, nonostante tanto si sia dibattuto sulla necessaria o meno neutralità fiscale di un Paese, cioè la propria incapacità a influenzare la localizzazione degli investimenti, il problema della concorrenza fiscale resta, vista la tendenza di questa a rivelarsi dannosa.

In questo ambito, allora viene a comprendersi l’importanza dello scambio di informazioni tra Paesi, e il potenziamento dello stesso, nonché l’introduzione in molti Paesi della succitata CFC legislation.

Nell’ordinamento italiano essa si esplicita con l’introduzione nel TUIR dell’art. 127 bis introdotto dalla finanziaria 2000, reso articolo1671 dalla Riforma Tremonti.

In particolare l’articolo disciplina il nuovo regime di imputazione dei redditi delle imprese controllate estere localizzate in Stati e territori aventi regime fiscale privilegiato; la finalità della norma è quella di attrarre a tassazione in Italia, Paese di residenza del soggetto controllante, i redditi prodotti dal soggetto estero partecipato che sia localizzato in Paesi a regime fiscale privilegiato.

La normativa prevede dunque che per un soggetto residente in Italia, il quale detiene, direttamente o indirettamente il controllo, ai sensi dell’art.2359 c.c., di un soggetto residente o localizzato in Stati o territori con regime fiscale privilegiato, i redditi conseguiti dal soggetto estero partecipato siano imputati in proporzione alle partecipazioni da essi detenute.

Tuttavia tale norma non viene applicata qualora si dimostri che la società o altro ente non residente svolga un’effettiva attività industriale o commerciale, come sua principale attività nello stato o nel territorio nel quale ha sede, ovvero si dimostri che le partecipazioni detenute non facciano conseguire l’effetto di localizzare i redditi negli Stati o nei territori definiti come a regime fiscale privilegiato sulla base del livello di tassazione sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia, della mancanza di un adeguato livello di informazioni o dell’assenza di trasparenza legislativa.

Nell’esegesi specifica dell’articolo si evidenziano nei primi due commi i destinatari della norma, le persone fisiche, le società di persone, le società di capitali, e le partecipazioni in soggetti non residenti relativamente ai redditi derivanti da stabili organizzazioni, localizzate in territori assoggettati ai regimi fiscali privilegiati.

La normativa prevede dunque l’imputazione per competenza al soggetto residente, persona fisica o giuridica che sia, dei redditi conseguiti da imprese e società localizzate in paradisi fiscali che lo stesso quarto comma del presente articolo menziona. In tal modo la tassazione del reddito di partecipazione “viene ad essere del tutto indipendente dalla volontà del soggetto controllante che invece, in passato consentiva di ‘ottimizzare’, in relazione alla propria situazione fiscale, il momento della delibera e della effettiva distribuzione degli utili” (Circ. Min. 16.11.2000, n 207/E).

Il meccanismo di imputazione per competenza del reddito si applica: se vi è una partecipazione di controllo (terzo comma) anche indiretta, cioè tramite altra società controllata, fiduciaria o “persona” interposta, ai sensi dell’art. 2359 c.c. che configura il controllo in di diritto, di fatto e contrattuale.

Il controllo civilisticamente si detiene infatti quando si ha la maggioranza dei voti nell’assemblea ordinaria, si hanno comunque voti di fatto sufficienti ad esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria, si ha la possibilità di esercitare un’influenza dominante in virtù di particolari vincoli contrattuali.

Se l’impresa partecipata è residente o localizzata in uno Stato o territorio con regime fiscale privilegiato, ovvero se ha una stabile organizzazione assoggettata ad un regime fiscale privilegiato per ragioni territoriali.

Il comma quinto infine ammette la disapplicazione dell’imputazione per competenza del reddito della controllata, nei seguenti casi:

su richiesta del soggetto residente, che dimostra l’effettuazione di una reale attività industriale o commerciale controllata nello Stato o nel territorio dove ha sede; ovvero se il soggetto residente dimostra che dalla partecipazione non è derivato l’effetto di localizzare redditi in modo da sottoporli ad un regime fiscale privilegiato.

Per ottenere la disapplicazione della CFC legislation il soggetto residente deve formulare, sul caso specifico, un’istanza di interpello preventivo ottenendo risposta positiva o silenzio assenso entro 120 giorni.

In tal caso l’accertamento dello svolgimento di una reale attività commerciale vale anche a consentire al deducibilità dei costi relativi ad eventuali operazioni commerciali intercorse.

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